I dialétt dla
pruvénzia e dintûren
I dialetti
della provincia e dintorni
In ste Sît arénn chèr ed publichèr anc dal materièl só i dialétt dal sått-grópp bulgnaiṡ difarént da quall dla Zitè - In questo Sito ci piacerebbe pubblicare anche del materiale sui dialetti del sottogruppo bolognese differenti da quello cittadino:
Clasificaziån - Classificazione
Artéccol - Articoli
Èter materièl par studièr - Altro materiale di studio
Poeṡî - Poesie
Classificazione - Clasificaziån
Secånnd la clasificaziån ed Dagnêl Vitèli, vgnó fòra int l
artéccol scrétt con Luziàn Canepèri
Pronuncia e grafia del bolognese,
in: Rivista Italiana di Dialettologia, RID 19, 1995, pp. 119-164, sti dialétt i én:
1) i dialétt canpagnû ed sîra (pr
eṡ. San
Żvân, Bażàn e, in pruvénzia ed Môdna,
Castelfrànc)
2) i dialétt canpagnû ed matéṅna (pr eṡ. Mnêrbi, Bûdri, Mulinèla)
3) i dialétt canpagnû ed såtta (pr eṡ. la Pîv ed Zänt, Galîra e, in
pruvénzia ed Frèra, Zänt)
4) i dialétt muntanèr ed mèż (pr eṡ. Grizèna, Munżón, Dscargalèṡen)
5) i dialétt muntanèr èlt (pr es. Liżàn, Castión di Pêpol e, in
pruvénzia ed Pistòja, Pèvna e Castèl ed Sanbûca)
Secondo la classificazione di Daniele Vitali
contenuta nell’articolo scritto con Luciano Canepari
Pronuncia e grafia del
bolognese, in: Rivista Italiana di Dialettologia, RID 19, 1995, pp.
119-164, si tratta di:
1) dialetti
rustici occidentali (ad es. San Giovanni in Persiceto, Bazzano e, in provincia
di Modena, Castelfranco)
2) dialetti rustici orientali (ad es.
Minerbio, Budrio, Molinella)
3) dialetti rustici settentrionali
(ad es. Pieve di Cento, Galliera e, in provincia di Ferrara, Cento)
4) dialetti montani medi (ad es. Grizzana Morandi, Monzuno, Monghidoro)
5) dialetti montani alti (ad es. Lizzano, Castiglione dei Pepoli e, in provincia
di Pistoia, Pavana e Castello di Sambuca)
Daniele Vitali, Les dialectes de
montagne entre Bologne et la Toscane. Une frontière linguistique particulière,
intervento all'Università di Liegi (Belgio), 24 aprile 2010![]()
Daniele Vitali, “Le guarzette, Torri, il Frignano e Porretta”, in: Nuèter 69, pp. 33-38
Daniele Vitali, “Il dialetto di Gaggio Montano”, in: AA.VV., Gaggio Montano. Storia di un territorio e della sua gente, Comune di Gaggio Montano e Gruppo di Studi “Gente di Gaggio” 2008, pp. 757-779
Daniele Vitali, “Il dialetto di Porretta Terme”, in: Nuèter 65, 2007, pp. 52-58
Daniele Vitali/Franco Piacentini, “Scrivere i dialetti della media montagna bolognese. Proposta ortografica per il dialetto di Rocca Pitigliana”, in: Gente di Gaggio 32, 2005, pp. 84-88
Èter materièl par studièr
-
Altro materiale di studio
Recensiån ed vocabolèri di dialètt muntanèr èlt - Recensioni di vocabolari dei dialetti montani alti
Giorgio Filippi, studiåuṡ ed Liżàn - Giorgio Filippi, studioso di Lizzano in Belvedere
Al furmintån int la żòna ed San Gabarièl - Il mais nella zona di San Gabriele di Baricella
La cânva int la żòna ed San Gabarièl - La canapa nella zona di San Gabriele di Baricella
I nómm di fónnż int la muntâgna èlta - I nomi dei funghi nella montagna alta
Glosèri ed Stefano
Rovinetti Brazzi (int la sô grafî, cfr.
såtta) såura la lavuraziån dal furmintån int la
żòna
ed San Gabarièl, cmón ed Bariṡèla. Ècco l'introduziån dl autåur
-
Glossario
di Stefano Rovinetti Brazzi (nella sua grafia, cfr. sotto) sulla lavorazione del mais nella zona di
San Gabriele di Baricella. Ecco l'introduzione dell'autore:
Pubblichiamo una seconda edizione, rivista ed ampliata, del lessico relativo
alla semina e alla lavorazione del mais, già disponibile su questo sito a
partire dal giugno 2008. Rispetto alla prima edizione sono stati approfonditi
gli aspetti tecnici relativi alla semina, alla crescita e alla lavorazione del
prodotto. Nel tentativo di registrare e salvare quanto più è possibile del
lessico e della fraseologia, abbiamo cercato di risalire quanto più è possibile
indietro nel tempo e abbiamo inserito testimonianze sulla lavorazione del mais
prima dell’introduzione delle macchine, nella misura in cui le testimonianze dei
nostri informatori lo consentivano. E ancora una volta, come già spesso nel
corso delle nostre ricerche, ci siamo stupiti della persistenza nel corso dei
decenni e talvolta dei secoli, delle memorie trasmesse oralmente: gli
informatori infatti inseriscono nelle loro testimonianze citazioni, notazioni
tecniche sull’uso di materiali e strumenti, ricordi, fatti e aneddoti spesso
risalenti ai loro genitori e ai loro nonni e così interessanti e vivi che ci è
parso doveroso utilizzarli per la stesura di questo lessico.
Le informatrici, eccellenti parlanti native del dialetto di quella zona, sono
Lodia Regazzi (n. 1922; il nome è abbreviato in LR) e Claudia Stegani (n. 1931;
il nome è abbreviato in CS) entrambe nate e cresciute a S.Gabriele di Baricella;
Ci siamo serviti anche della consulenza di Benito Bertorelle nato a Maddalena di
Cazzano nel 1937 (il nome è abbreviato in BB). Le interviste sono state
rilasciate fra l’inizio di gennaio e la fine di dicembre dell’anno 2008. Ogni
lemma reca la traduzione in italiano, che spesso comprende una breve nota
esplicativa di carattere tecnico, storico od etnobotanico, ed è corredato dalla
trascrizione del passo dell’intervista dal quale è stato tratto o delle
spiegazioni fornite da Claudia Stegani durante la stesura delle singole voci;
entro parentesi tonde sono inserite le integrazioni necessarie a comprendere,
nel giusto contesto, i passi delle interviste. Nel lessico sono stati inclusi
anche termini d’uso comune che, nel nostro contesto, assumono un valore
particolare. Si può ascoltare una delle interviste effettuate collegandosi con
http://stefano.rovinetti.brazzi.googlepages.com/home
Par lèżer al glusèri (secånnda versiån, dal mèrz 2009) - Per leggere il glossario (II versione, del marzo 2009): clichè qué - cliccare qui
Glosèri ed Stefano
Rovinetti Brazzi (int la sô grafî) såura la lavuraziån dla cânva int la
żòna
ed San Gabarièl, cmón ed Bariṡèla. Ècco l'introduziån dl autåur
-
Glossario
di Stefano Rovinetti Brazzi (nella sua grafia) sulla lavorazione della canapa nella zona di
San Gabriele di Baricella. Ecco l'introduzione dell'autore:
Questo lessico sulla
lavorazione della canapa nella bassa pianura nordorientale ubbidisce agli
stessi criteri già adottati nel lessico sul ciclo del mais: per ogni lemma
si danno una traduzione in italiano, spesso accompagnata da note esplicative
di carattere storico, economico e antropologico, e i passi delle interviste
che documentano il termine e l’accezione in cui è impiegato. Un trattino
orizzontale seguito dalle iniziali del nome degli informatori indica
l’inizio di una nuova testimonianza; se al dialogo partecipano più
informatori contemporaneamente, le loro battute sono introdotte dalle
iniziali del nome non precedute dal trattino orizzontale. Gli informatori,
ai quali va il mio ringraziamento per la disponibilità e la pazienza
dimostrate nell’intero corso della ricerca, sono i seguenti:
Bolognesi Aristide, nato a S.Bartolomeo (FE) nel 1920
Martelli Leda, nata a S.Gabriele di Baricella (BO) nel 1922
Regazzi Lodia, nata a S.Gabriele di Baricella (BO) nel 1922
Stegani Claudia, nata a S.Gabriele di Baricella (BO) nel 1931
Par lèżer al glusèri (versiån dal
setàmmber 2009)
- Per leggere il glossario (versione del settembre 2009):
clichè qué - cliccare qui
Allora non c’erano i
congelatori...
Alla ricerca di un fungo dimenticato
Testo e foto di Piero Balletti
(Nuèter, N° 56, dicembre 2002, N. 2, Anno XXVIII)
Un paio di anni or sono condussi un’indagine sui nomi popolari con cui vengono indicati i funghi nella terra di Sambuca. L’occasione di tale ricerca fu data dalla preparazione di un contributo naturalistico per il volume Storie della Sambuca, pubblicazione promossa dalla locale Amministrazione comunale. I residenti consultati, per lo più di età matura, fornirono notizie che considerai interessanti e stimolanti.
Raccolsi i nomi locali di quindici specie fungine, scelte fra le più comuni e le più conosciute ai fini alimentari o al contrario per l’estrema tossicità: ed apparve subito evidente che, per la maggior parte di esse, c’era una nomenclatura estremamente variabile. Infatti, in nuclei abitati distanti fra loro pochissimi chilometri o addirittura poche centinaia di metri, uno stesso fungo veniva indicato con nomi diversi. Esemplificativo è il caso del Porcino, detto ciopadèllo a Pàvana, con le varianti ceppatèllo all’Acqua, ceppadèllo a Treppio, cioppadèllo a Pòsola, ciupadèllo a Caviana; mocciardóne al Monachino; ed infine fungo, per antonomasia, a Torri, Frassignoni, Lagacci. Ancora più variabile, da un punto di vista nomenclaturale, la Mazza da tamburo: galéjola a Pàvana, búbbola a Treppio, pisciacáni o barúgiola a San Pellegrino, i fráti a Lagacci, spía a Frassignoni, fungáccio a Torri. Per finire il Poliporo frondoso detto barbagíno a Lagacci, barbajín a Castello di Sambuca, a Pàvana ed a Pòsola, fungagníno a Frassignoni, grífale a Torri ed a Treppio, grífalo al Monachino, grífo o grifóne a San Pellegrino.
Assieme ai nomi dialettali dei funghi ho raccolto gustose e significative notizie sull’utilizzo dei funghi in epoche ormai lontane, testimonianze di eventi vissuti dagli informatori quando ancora erano bambini. Ugo Pistorozzi di Pàvana osserva che una volta si raccoglievano solo i ciuppadèlli, i galétti, i còcchi e i barbajíni: «ce n’erano tanti di questi tipi, perché dovevamo raccogliere gli altri?». E ricorda anche che i suoi genitori lo rimproveravano se raccoglieva troppi funghi; non si poteva utilizzarli tutti ed era poi un peccato doverli buttare via!
Dice Guido Brizzi di Lagacci: «I barbajini crescono sui castagni e pesano fino a nove chili. Allora non c’erano i congelatori..., per conservarli si mettevano dentro una vasca d’acqua e si cambiava l’acqua ogni sette o otto giorni. Tagliati a fette sottili, venivano lavati e lessati; e poi impanati e fritti». Secondo Sergio Cioni di Castello di Sambuca i barbajíni fritti si mangiavano con i nécci.
In questa ricerca, condotta come detto due anni or sono, era rimasto però un “buco nero”, costituito da una specie misteriosa, resistente ad ogni mio tentativo di identificazione: si trattava di un fungo che gli informatori di Frassignoni, Lagacci e Pòsola indicavano come i gózzi.
Secondo i “posolanti” Giuseppe Cecconi e Luciano Bartoletti i
gózzi sono funghi autunnali con il cappello di colore crema o marroncino e
carne soda, che crescono in tutti i tipi di bosco e si trovano per lo più
“a covate”. Conservati dentro recipienti colmi d’acqua che veniva
“tramutata” ogni giorno, comparivano spesso sulle tavole nei mesi autunnali, dopo essere preparati fritti oppure
“trufolati”. A mia precisa
domanda aggiungono che un tale Giovanni, l’unico forse in tutta la Sambuca!, ancora raccoglie questi funghi ormai dimenticati.
Secondo una non più giovane ma vivace signora di Pòsola, «i gózzi sono fungacci indigesti» e lei non dimentica quella volta che, dopo averli mangiati, vomitò ed il vomito non smetteva mai; e «dopo di allora i gózzi non li ho più mangiati».
Secondo Loriano Catani, originario di Frassignoni: «I gózzi si trovavano a partire dalla fine di settembre nei castagneti quando questi erano ancora puliti; crescevano a file o a gruppi, soprattutto lungo le ròste (le ròste sono piccoli solchi che venivano scavati nei castagneti per impedire alle castagne di ruzzolare a valle e per facilitare così la loro raccolta. N.d.A.). Di gózzi ce n’era tanti e mia nonna ne raccoglieva in quantità enormi mettendoli nel grémbio. Poi a ciascun fungo eliminava il gambo, tagliava il cappello a fette e, dopo averli lessati, li poneva nelle cónche sotto le grondaie, ove si raccoglieva l’acqua piovana. L’acqua veniva così cambiata spesso ed i gózzi potevano essere conservati per più settimane. Poi, durante il tempo in cui maturavano le castagne, mia nonna li raccoglieva con un ramaiolo, li metteva in un canovaccio per asciugarli, li infarinava e li friggeva. Una volta cotti diventavano scuri ma la polpa rimaneva soda. E buoni che erano!».
La voce gózzi, presente nelle tre borgate sopra elencate, che si trovano nella valle del Reno, è del tutto sconosciuta in altre zone della Sambuca. Poiché non avevo avuto la possibilità di osservare il fungo “dal vero”, le notizie e le informazioni raccolte non mi permisero di identificarlo.
Poi successe un fatto nuovo; uno studioso reggiano, Ulderico Bonazzi, che sta preparando un Dizionario dei nomi dialettali dei funghi in Italia, mi scrisse chiedendomi di comunicargli i risultati della ricerca effettuata nella Sambuca. Cosa che feci ben volentieri. Egli rispose ringraziandomi ed apprezzando il lavoro da me fatto; mi sollecitò tuttavia ad inviargli il nome scientifico dei gózzi. Stavo per rispondergli (la corrispondenza avveniva tramite posta elettronica) che purtroppo non ero in grado di fornirgli quella notizia. Ma feci prima un ultimo tentativo; mi recai da Loriano Catani con una capace cartella contenente diversi volumi con descrizione ed illustrazione dei funghi italiani. Era mia intenzione fargli esaminare i vari disegni e figure, alla ricerca dell’immagine corrispondente al fungo misterioso, per poterne determinare così il nome scientifico. A dire il vero, non avevo molte speranze. Ma appena gli accennai al probema dei gózzi: «Vieni con me, li ho visti ieri nel castagneto!», mi disse. Salimmo sulla sua Panda 4x4 e ci dirigemmo, per una strada a monte di Pàvana, in direzione della Torraccia. «Speriamo che non li abbiano portati via!», aggiunse mentre si inoltrava fra gli alberi. Lo seguii scrutando, un poco scettico, fra le foglie del sottobosco. Ma dopo poco mi chiamò e dal tono della voce capii che li aveva trovati. Nel cavo delle mani unite aveva dei funghi dall’aspetto massiccio, anche se di piccola taglia; «Eccoli, i gózzi!». A prima vista non li riconobbi, anche se ebbi la sensazione di averli già visti in precedenza. Ritornati a casa, i volumi che avevo portati risultarono utili. Dal portamento robusto e dall’attaccatura delle lamelle al gambo assegnai il fungo al genere Tricholoma; sfogliando invece i “sacri testi” identificai la specie come Tricholoma acerbum.
Ecco un sunto della descrizione del fungo riportata dai vari autori:
Tricholoma acerbum: Cappello dapprima convesso e poi spianato, giallognolo ocraceo, orlo dapprima molto involuto, poi disteso e striato, a carne spessa e compatta, bianca, amarognola ed acidula al gusto, cuticola facilmente separabile. Lamelle fitte, smarginate, che al tocco si macchiano di fulvo. Gambo corto e robusto, superiormente con fioccosità gialline. Habitat: in boschi misti, diffuso ma raro. Commestibilità: secondo il Cetto è commestibile mediocre, ma abbastanza apprezzato in diverse zone. Altri Autori lo definiscono tossico, o al più utilizzabile dopo lunga cottura e comunque molto scadente.
Riguardo alla commestibilità ed appetibilità del
Tricholoma acerbum, una posizione alquanto diversa prendono i curatori del volume
I nostri funghi, Genova 1981, che scrivono: «(Si trova) soprattutto in boschi di castagno, durante l’epoca di maturazione dei loro frutti, il che può giustificare il loro nome dialettale (in ligure,
castagnaiêú). È commestibile, molto
adatto alla conservazione. Il
Castagnaiolo non è dappertutto conosciuto ed apprezzato come in Liguria, ove è oggetto di una ricerca assidua, soprattutto per le sue ottime caratteristiche di fungo adatto alla conservazione, anche se il sapore è un poco amarognolo».
Lieto del felice esito della “operazione gózzi” comunicai al ricercatore reggiano il loro nome scientifico, corredando lo scritto con una fotografia degli stessi.
Per avere tuttavia la certezza di non aver preso una cantonata, spedii la foto anche a Nicola Sitta. Belvederiano di adozione, Nicola è un micologo professionista ed uno dei più preparati conoscitori del mondo dei funghi in Italia, sia sul piano teorico (fanno testo importanti pubblicazioni) sia sul piano pratico di riconoscimento di specie fungine. Gli chiesi conferma della correttezza della mia determinazione, operazione che è sempre piena di insidie per l’appassionato dilettante. Egli, con tacitiana concisione, rispose: «Evidentemente Tricholoma acerbum! L’ambiente del castagneto è ulteriore conferma».
Ed a quel punto ritenni la storia dei gózzi veramente finita.
Dialàtt ed Pimâz -
Dialetto di Piumazzo (MO)
Al gât di Tartaréin
ed/di Cesare Bonfigliuoli
|
Zirudèla, qué a Pimâz
Un
gatto fino, io vi dico, I l
ân zarchè tótt, grând e céin, La
famajja disperèda i
éin parté con al furgåun
Bulaggna, Caṡalàcc’ e Zôla, e i
dmandèvan a tótt quânt I
ân girè tótt disperè |
e
pó Crevalcôr, Bonpôrt e Surbèra
Sgnåura avîv vésst, par chèṡ, un bèl gatéin I l
ân vésst in piâza a Sulîra
Biânc e naigr al n é bra ló! I l
ân vésst na sîra a Manzuléin
Pôvar gât! Duv ît andè?
Sainza magnêr tanti giurnèd E
gîra gîra cåun ste furgåun |
La
fiôla, ch’l’é in viâż ed nòz
dal’Austrâglia la telêfona a Pimâz
Alåura la padråuna la tûl na deciṡiåun una
bóssta péina ed quatréin Na
sîra, cl’îra gnânc nòt
L’îra ló, tótt melandè Ala
véssta dal gatéin I
miténn in mòto la padèla |
Dialàtt ed San Gabarièl -
Dialetto
di San Gabriele di Baricella
Stefano Rovinetti Brazzi l é un profesåur ed latén e grêc e l é anc l autåur d un artéccol inpurtànt såura l'evoluziån stòrica dal dialàtt bulgnaiṡ ("Monottongazione e morfologia del nome e dell’aggettivo nel dialetto bolognese: ristrutturazione o analogia?", in L’Italia dialettale, Anno LII, Vol. LII (Nuova serie XXIX), 1989). Par séntrel in st mänter ch'al lèż äl såu poeṡî clichè qué - Stefano Rovinetti Brazzi insegna latino e greco in un liceo ed è autore di un importante articolo sull'evoluzione storica del dialetto bolognese ("Monottongazione e morfologia del nome e dell’aggettivo nel dialetto bolognese: ristrutturazione o analogia?", in L’Italia dialettale, Anno LII, Vol. LII (Nuova serie XXIX), 1989). Per sentirlo mentre legge le sue poesie cliccate qui
(Nòta: a druvän qué
l'urtugrafî dl autåur, ch'l'é pò qualla ed ste Sît adatè ala fonêtica dla sô
żòna
e una particolaritè: ló al saggna con na ṅ dåppia tótti äl vôlt ch'ai é
una n velèr lónga. As prêv fèr anc pr al bulgnaiṡ zitadén, mo an s fà
brîṡa pr i mutîv spieghè ala pâgina dla fonêtica ed
ste Sît - Nota: usiamo qui l'ortografia
dell'autore, cioè quella di questo Sito adattata alla fonetica della sua zona e una
particolarità: lui segna con una ṅ doppia tutti i casi di n velare
lunga. Si potrebbe fare lo stesso per il bolognese cittadino, ma non è fatto per
i motivi spiegati alla pagina della fonetica di
questo Sito).
|
Ala lûṡ dla sîre
Ala lûṡ dla sîre |
Alla luce della sera
Alla luce della sera |
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Uraziŏṅṅ
Bât al mäṅṅ Sgnŏur |
Preghiera
Batti le mani Dio |
Dialàtt ed San
Żvân -
Dialetto di San Giovanni in Persiceto
La parâbola dal Fiôl Strasinån tradótta da Bertén Sèra - La parabola del Figliuol Prodigo tradotta da Roberto Serra
Lócca 15, 11-32
Al fiôl strasinòun
Al gé ânc:
Un òman l avîva dû fiû. Cal pió żòuvan al gé a sô pèdar: “Popà, dâm mò la pèrt
dal patrimòni ch’um tòcca”. E al pèdar al fé dòu pèrt ed tótta la sô rôba.
Pasè socuânt dé al fiôl pió żòuvan, dòpp ardótt tótt i sû quî, al parté pr un
paèiṡ luntàn, e là al strasiné tótt i bajúcc, fagând na vétta da scavazzacòl.
Quând l avé spèiṡ incôsa, in cal paèiṡ a rivé una grân carestî, e ló al taché a
avèir biṡòggn.
Alòura l andé a sarvézzi da ón ed cla regiòun, ch’al li mandé ind i canvèr a
pasturêr i ninéin. L arévv vló rinpîres col curnàcc’ ch’i magnêvan i ninéin, mô
inción ag in dèva.
Alòura al turné in ló es al gé: “Quânt ed chi brazéint in cà da mî pèdar i an
dal pan in abundânza, e mé a sòun qué ch’a múrr ed fâm! A um ciaparò só, andarò
da mî pèdar, es a g dirò: “Popà, ai ò pchè còuntr al zíll e còuntr a té; a n
sòun pió daggn d èsar ciamè tô fiôl. Trâtum bèin cunpâgna ón di tû garżón”. Al
parté, es l andé vêrs sô pèdar.
Quând l îra ânc luntàn, al pèdar al li vésst, e cumòs ag cûrs incòuntar, ag
salté al còl es al li baṡé. Al fiôl al gé: “Popà, ai ò pchè còuntr al zíll e
còuntr a té; a n sòun pió daggn d èsar ciamè tô fiôl”. Mo sô pèdar al gé ai
sarvitûr: “Spicêv, purtè mò qué al ftièri pió bèl e ftîl, mitîg l anèl al dîda e
i sândal ai pî. Purtè al vidèl pió grâs, mazèl, magnèin e fèin tuglièna, parché
mî fiôl l îra môrt e l à turnè a vîvar, al s îra pêrs e a l avèin turnè a
catèr”. E i tachénn a fèr tuglièna.
Al fiôl pió vèc’ l îra in canpâgna. In st mèintar ch’al turnèva, quând al fó
dòuntr a cà, al sinté ch’i sunèvan es i balèvan; al ciamé un sarvitòur es al g
dmandé sa capitéss. Al sarvitòur al g arspundé: “Ai é turnè tô fradèl, e tô
pèdar l à fât mazèr al vidèl grâs, parché al l à turnè a avèir san”. Ló al s
inaré tótt, e an vlîva pió andèr dèintar.
Sô pèdar, alòura, l andé fòra a preghèral. Mo ló l arspundé a sô pèdar: “Óu, mé
a t sarvéss da tânt ân, a n ò mâi diṡubidé a un tô òurdan e té t an m è mâi dè
un cavràtt par fèr tuglièna coi mî amîg. Mo adèsa che st fiôl che qué, ch’al s é
magnê tótt i tû bajúcc con dal dunâzi, l é turnè, par ló t è mazè al vidèl
grâs”.
Ag arspundé sô pèdar: “Céin, té t î sèinpar mîg, e tótt quall ch’é mî l é tô; mo
biṡgnîva fèr barâca e èsar cuntéint, parché tô fradèl l îra môrt es l à turnè a
vîvar, al s îra pêrs e a l avèin catè”.
Dialàtt d Altai -
Dialetto
di Altedo
ed/di Milla Martinelli
L insónni
|
Ai ò un insónni ind al côr e ind la mänt ch’al dà un säns al mî lavurèr, ch’l um dà la fôrze ed lutèr, l um tîre só quänd a n in pòs pió. Al sòul pensîr l um fà canpèr. A vói na cà in mèż ala canpâgne con d intòuran canvèr ed frût, ed furmänt, ed patèt, ed zivòll, ed tótt cal bän di Dío ch’al nâs dala tère col sòul e dal sudòur. Mé a m vadd là a lavurèr mo änc al’ôre di filèr, dóvv i râm i s pîgan par la frûte da purtèr. |
E al mî insónni l é la mî speränza, parché mé a vói infcîr acsé, giränd pr al cavdâgn a séintar l udòur, l umòur dla tère apanne arè. A i vói purtèr i mî anvudéin par fèri séintar al prufómm di fiûr, di mîl, di pîr, e fèri magnêr una pêṡghe ala matîne prèst, quänd la guâze la n s n é gnänc andè e l’à lasè una gòzze só la frûte. In cal mumänt l’à un savòur che pò a n l arà mâi pió. Al’ôre ed chi âlbar a i farò vàddar come i vínnan e i vän al staṡòn. |
E mé a sò che tótti ste sensaziòn i avänzan ind al côr e ind l’âlme par la vétte. Quänd i arän di pensîr, dali aversitè, i s arcurdarän chi mumént, e la pèṡ e la serenitè la gnarà a gâle dai aircôrd dändi na câlme e una fôrze ch’l’é de pió dal patrimòni ch’a i vói lasèr. |
Dialàtt ed Puratta -
Dialetto
di Porretta
L'Azzurra D'Agostino l'é una poetassa żåuvna ed Puratta. La s à mandè sta bèla poeṡî scrétta ai 25 ed lói dal 2006, che nó a publicän con la sô grafî - Azzurra D'Agostino è una giovane poetessa di Porretta, che ci ha inviato questa bella poesia del 25 luglio 2006. La pubblichiamo con la grafia originale.
|
e grill L é tri dé ch’ai é |
il grillo
Sono
tre giorni che c’è |
Dialàtt ed Bażàn -
Dialetto
di Bazzano
Luca Grasselli, un ragâz ed Bażàn inamurè dal sô pajaiṡ e ch’l à anc fât l asesåur ala Cultûra dla sô cmóṅna, l à publichè un lîbr ed poeṡî. La pió pèrt äli én in itagliàn, mo ai é anc quassta qué, in bażanaiṡ, che nó a publicän cum al l’à scrétta ló - Luca Grasselli, un ragazzo di Bazzano innamorato del suo paese, per la cui amministrazione comunale è anche stato assessore alla Cultura, ha pubblicato un libro di poesie. La maggior parte è in italiano, ma una è in bazzanese. La pubblichiamo con la grafia originale.
Abiura di Andrea Cappellano
|
Alaura inamureres l’è un sburdaz, un squéz d’orgasum d’anma, l’è un aptè ch’al sel in bàca quand t vàd quel ed baun, quand t’gh’è una quelch to fam. Alaura al rest ‘li ein tóti rob da strolegh, ‘d qui ch’i vanden al strél fati a ritrat ai mat, ai bazurloun ch’ai stan adrì. E qui ùc’ lusnà par streda da du ùc’, al feres te dal mànd, po gninta e bur? O sir sfighedi, sabet ‘d not stunedi, ghesgh ‘d dmandigh sfilazà int’al perdres ‘d taimp; zirer d’arloi, fadiga ‘d ùc’ ch’is seran e nuetar s’ciavo e salutain e incàra n’etra volta a s’arporta adrì al vulant, amigh ‘d barzlàta, amigh ‘d canzaun, amighi d’antighi faid e vic’ culur d’amaur: cunfus ‘liv dan indrì sauvra a la taila ‘d paigla ch’la not l’am dstand e al stàmg am masda ali óltmi brisel ‘d vàia.
Vangel sauvra vangel, salvàza
sauvra |
Allora innamorarsi è uno sbordaccio, uno schizzo d’orgasmo d’anima, è un appetito che sale in bocca quando vedi qualcosa di buono, quando hai una tua qualche fame. Allora il resto sono tutte cose da astrologi, di quelli che vendono le stelle fatte a ritratto ai matti, ai tonti che ci stanno dietro. E quegli occhi fulminati per strada da due occhi, il farsi te del mondo, poi nulla e buio? O sere sfigate, sabato di notti (note) stonate, cucitura di domeniche sfilacciata nel perdersi del tempo; girare d’orologi, fatica d’occhi che si chiudono e noi ciao e salutiamo e ancora un’altra volta ci riporta dietro il volante, amici di barzelletta, amici di canzoni, amiche d’antiche fedi e vecchi colori d’amore; confuse vi restituiscono, sulla tela di pece che la notte mi stende e lo stomaco mi rimescola, le ultime briciole di veglia.
Vangelo su vangelo, salvezza su |
Luca Grasselli, Una nuda fedeltà, Bologna : AZeta Faspress 2006, ISBN 8889982063, prezzo 9 €