La
Rubrîca Bulgnaiṡa
La
Rubrica Bolognese
La Rubrîca Bulgnaiṡa l’é stè una sêrie d artéccol publichè da Dagnêl Vitèli int äl pâgin dla rivéssta La Famèja Bulgnèisa. Sta pâgina l’é al sô archîvi, savànd che la prémma puntè l’é vgnó fòra in setàmmber dal 2000 - La Rubrica Bolognese è stata una serie di articoli pubblicati da Daniele Vitali nelle pagine della rivista La Famèja Bulgnèisa. Questa pagina ne è l’archivio, sapendo che la prima puntata è uscita nel settembre 2000.
Da dove viene il dialetto
bolognese?
Da dove viene il dialetto bolognese? Per rispondere a questa domanda sarebbe utile prima stabilire cosè un dialetto. Peccato che risolvere un simile quesito non sia poi tanto semplice.
La parola “dialetto”, di origine greca, suggerisce che si tratti di un modo di parlare locale, e infatti a scuola ci è stato spiegato che un dialetto è la realizzazione locale di una certa lingua, ad esempio il bolognese è un dialetto italiano in quanto idioma romanzo non scritto della città di Bologna, i cui abitanti per la comunicazione scritta e ufficiale ricorrono alla lingua italiana. Questa spiegazione, però, è alquanto insoddisfacente, per due ragioni principali.
1) La lingua ufficiale di uno Stato finisce sempre per esercitare un ruolo prevalente nella comunicazione scritta e ufficiale, sostituendo così gli idiomi locali, anche quelli glottologicamente del tutto diversi da quella lingua ufficiale: ad esempio litaliano sta soppiantando lo sloveno nelle zone di confine con lex Jugoslavia, mentre dallaltra parte del confine è litaliano a cedere il passo davanti allo sloveno e al croato. Tutto questo avviene per ragioni sociolinguistiche, cioè sociologiche, completamente slegate dalle caratteristiche “genetiche”, cioè glottologiche, di una lingua. Infatti noi sappiamo che, glottologicamente, litaliano è una lingua romanza, mentre lo sloveno una lingua slava. Pertanto, luna non può essere dialetto dellaltra. Allo stesso modo, la maggioranza delle lingue del mondo, circa 6 000, non sono ufficiali in alcuno Stato, e si trovano dunque con una o più altre sociologicamente sovraordinate, senza per questo che diventino dialetti.
2) La suddetta spiegazione inoltre fa pensare che il bolognese (e il milanese, il veneziano, il napoletano, il siciliano eccetera) sia una specie di corruzione della lingua italiana, quasi che questa fosse preesistente ai vari idiomi parlati dalle Alpi al Canale di Sicilia. Eppure è proprio la scuola a insegnare che non è così: litaliano come lingua letteraria nasce con laffermarsi del toscano dovuto alla supremazia economica e politica di Firenze, che aveva reso possibile esportare la gloriosa esperienza letteraria di Dante prima e di Petrarca e Boccaccio poi. È allora che la maggior parte degli autori si mette a scrivere in toscano (che, diventando sempre più interregionale, perde lentamente la propria toscanità), abbandonando il latino e gli altri idiomi, fra i quali il siciliano che, ai tempi della corte di Federico II di Svevia, aveva fornito i modelli letterari cui si sarebbero poi ispirati i poeti fiorentini, Dante compreso. Per cui, la letteratura siciliana è nata prima di quella toscana e, ancor più importante, se diciamo che litaliano nacque dal fiorentino impostosi lentamente sugli altri volgari, implicitamente affermiamo anche che contemporaneamente al toscano in Italia si erano sviluppati dal latino tutti gli altri dialetti, che dunque erano già presenti sul territorio al momento in cui litaliano emise i primi vagiti. Dunque il bolognese cavâl non viene dallitaliano “cavallo”, bensì dal latino caballum, parola questa che ha dato origine anche alla parola italiana e a quella francese cheval. Anzi, il bolognese cavâl è contemporaneo del toscano cavallo ma più antico dell’italiano “cavallo”.
Ma perché questa evidente differenza fra i vari idiomi romanzi malgrado la comune origine latina? Il motivo sta nelle vicende storiche diverse in cui questi diversi idiomi si sono sviluppati: come abbiamo detto, il bolognese non è un figliastro dellitaliano, ma un suo semplice cugino, con una storia evolutiva diversa, anche se parallela. Secondo il fondatore della glottologia G.I. Ascoli, litaliano è fatto in un modo perché viene, tramite il toscano, dal latino parlato dagli etruschi, il bolognese è fatto in un altro perché sviluppo del latino come lo parlavano i galli che abitavano la pianura padana. Non vanno però dimenticate le influenze diverse dovute alle diverse vicende seguite alla conquista e romanizzazione prima e poi alla caduta dellImpero romano dOccidente fino ai giorni nostri. È vero che linfluenza livellatrice dellitaliano dallunità dItalia (e soprattutto dal boom economico degli anni Sessanta) fino ai nostri tempi ha tolto molto al bolognese della sua originalità, ma ancora oggi si può constatare quanto sia errata la tesi del bolognese corruzione della lingua ufficiale del nostro paese.
Abbiamo detto che non basta che un idioma non sia ufficiale perché sia un dialetto, così come il bretone o il gallese, lingue celtiche di Bretagna e Galles (rispettivamente regioni della Francia e della Gran Bretagna) non sono dialetti del francese e dellinglese. È vero anche il contrario, cioè non basta che un idioma sia ufficiale perché sia una lingua vera e propria: è frequente il caso di Stati che, per affermare la propria “alterità” rispetto ai vicini, hanno ufficializzato il proprio dialetto. Un esempio è il Lussemburgo, nel quale accanto al francese e al tedesco è ufficiale il locale dialetto germanico, oppure la Macedonia, nella quale il locale dialetto bulgaro fu ufficializzato già ai tempi di Tito in risposta alle rivendicazioni territoriali della Bulgaria. Idiomi come il lussemburghese o il macedone sono glottologicamente dialetti e sociologicamente lingue: essi cioè non sono abbastanza “originali” per essere classificati come lingue a sé e dunque continuano a far parte dello stesso gruppo di idiomi strettamente imparentati cui appartengono anche i dialetti che hanno dato origine rispettivamente al tedesco e al bulgaro, ma allo stesso tempo sono sentiti dai loro parlanti come qualcosa avente identità propria, per cui i macedoni, oltre che in casa propria, anche in un discorso ufficiale usano il macedone anziché il bulgaro ufficiale della Bulgaria, che probabilmente non avranno mai studiato.
Per tornare al bolognese, si tratta di un idioma sociologicamente sotto-ordinato allitaliano e glottologicamente appartenente al gruppo dei dialetti emiliani, i quali a loro volta rientrano nel gruppo “gallo-italico” assieme ai dialetti piemontesi, lombardi, liguri e, naturalmente, romagnoli. La classificazione del gruppo gallo-italico trova gli studiosi discordi e in attesa che questi arrivino a una conclusione noi noteremo che il bolognese è la lingua, o se preferite il dialetto, di casa nostra, e che perderlo equivarrebbe a un irreparabile impoverimento culturale, e non soltanto per Bologna. Ecco perché continuare a occuparsene, anche attraverso domande apparentemente oziose come quella che ha dato inizio alla presente chiacchierata, è un utile modo di concorrere alla risposta a un altro quesito, che affronteremo in una delle prossime puntate: dove va il dialetto bolognese? [novembre 2000]
I complessi rapporti familiari tra italiano e toscano (2)
La volta scorsa abbiamo parlato della differenza fra lingua e dialetto, e dei rapporti che intercorrono tra latino, italiano e bolognese. In questa puntata potremmo dare un’occhiata allo sviluppo storico dell’italiano, e alla sua situazione attuale.
Come si è detto, l’italiano viene dal toscano, ed è per questo che secondo molti l’italiano migliore si parla ancora in Toscana. I toscani stessi definiscono gli idiomi delle altri regioni dialetti, e i propri vernacoli: questa distinzione terminologica, non necessariamente coincidente con le definizioni dei dizionari, serve a far capire quanto sia radicata la convinzione per cui il toscano sarebbe una semplice variante dell’italiano, e dunque all’incirca la stessa cosa.
Naturalmente le cose sono un po’ più complesse: dopo lunga riflessione, Dante finì con lo scrivere la Divina Commedia nel proprio idioma, vale a dire un fiorentino con voci all’occorrenza plebee ma anche con molti termini settentrionali sentiti alle varie corti visitate durante l’esilio, per di più alquanto “deregionalizzato” da numerosissimi latinismi, alcuni inventati da Dante stesso, e da varie voci d’Oltralpe, nonché da neologismi anch’essi di conio dantesco, come indiarsi “avvicinarsi a Dio”. È probabile che questa scelta avesse diverse motivazioni: scrivere in terzine così perfette non doveva essere semplice senza ricorrere a diversi codici linguistici, i quali fra l’altro spesso vengono fatti corrispondere a diversi registri (non va dimenticato che la Commedia descrive luoghi e personaggi fra loro antitetici!); inoltre, c’era in Dante la ricerca di un volgare che potesse servire per l’Italia intera, come sappiamo dal “De Vulgari Eloquentia”; infine, il poeta era consapevole di stare compiendo un esperimento linguistico e, come molti altri suoi successori (come Ivar Aasen, che nell’Ottocento creò il neonorvegese, o come il Dottor Zamenhof quando pianificava l’esperanto), dette libero sfogo alla creatività nel tentativo di arrivare a qualcosa che soddisfasse appieno le sue esigenze letterarie. Il risultato di tutto ciò fu che il cardinal Pietro Bembo, nel Cinquecento, al momento in cui esplose la “questione della lingua” sconsigliò ai contemporanei di seguire Dante e le sue voci “rozze e disoneste”, e propose come autentico modello Petrarca e Boccaccio. Ironia della sorte! Questi due autori non scrissero mai in polemica con Dante, nemmeno quando, senza cercare di emulare il loro predecessore per ricerca linguistica e “contaminazione” culturale, si limitavano a usare la propria lingua, il fiorentino, e a ricorrere al latino quando ci fosse bisogno di mezzi espressivi che il fiorentino non aveva ancora...
Le prescrizioni del Bembo causarono una moda, quella del toscaneggiamento, che è all’origine dell’atteggiamento puristico e “cruscante” di buona parte della tradizione italiana: ossessionati dallo stile, i vari eruditi locali prima e i burocrati postunitari poi crearono un linguaggio imbalsamato, oggi ancora di moda nei verbali di polizia, che mostra chiaramente una scarsa padronanza dell’italiano vero, quello parlato dalla popolazione. Questo fenomeno, privo di scusanti oggi, era però comprensibile nell’Ottocento poiché, come calcola Tullio De Mauro, al momento dell’unità d’Italia soltanto il 2,8% della popolazione parlava italiano. Come sappiamo, Manzoni decise di riscrivere I Promessi Sposi dopo aver “sciacquato i panni in Arno”: ne è nato un bellissimo romanzo che però in più punti ottiene effetti comici non voluti per termini come birboni, che altrove non si sono mai usati. Ad altri non toscani, meno prestigiosi letterariamente, è andata peggio: nel vecchio bolognese, per riferirsi a chi cercava di usare l’italiano, ovviamente con diversi strafalcioni, si diceva che parlava “in toscuíggno”.
I vocabolari dialettali bolognesi, non soltanto il Coronedi Berti del 1869-1874 o l’Ungarelli del 1901, ma persino il Mainoldi del 1967, per dare il traducente delle parole bolognesi ricorrono spesso a termini toscani che nessuno usa (tantomeno i bolognesi), perché questi autori considerano il toscano un modello: ad esempio come traducente di mlån tutti danno popone (da solo o accanto a mellone con doppia l), quando la parola italiana vera è melone, per una volta più simile al bolognese che al toscano!
Perché tutte queste tensioni dell’assetto sociolinguistico, se l’italiano viene dal toscano? Perché in realtà, chiusosi il periodo dei Trecentisti, l’italiano è diventato una lingua con un’individualità propria: è stato così quando gli umanisti lo hanno trasformato in lingua dotta imbottendolo di latino (applaudire, arboreo, connubio, edicola, marittimo, obliterare, pagina, veemente, ecc.), è stato così quando con l’Illuminismo si è spalancato agli influssi del francese (ingaggiare, etichetta, bidè, fanatismo, pregiudizio...) ed è stato così in seguito, quando tutte le regioni si sono messe a parlarlo arricchendolo di termini propri. A volte ciò ha significato frammentazione dell’italiano, per cui lo stesso concetto si esprime in decine di modi diversi (basti pensare ai termini per “spazzatura, bambino, presine”), dall’altro ha significato una sua unificazione: termini chiaramente “dialettali” come panettone, grissini, tortellini sono diventati i modi esclusivi di indicare in tutto il paese cose tipiche di una certa regione propagatesi alle altre oppure, come il napoletano inciucio, sono entrati in italiano attraverso il dibattito politico radicandosi nella lingua alla pari di neoformazioni quali partitocrazia, lottizzazione, buonismo. Fra le novità televisive troviamo il controesodo, la criminalità diffusa, la malasanità, la maxiretata, tutti termini potenzialmente traducibili ma di fatto mai tradotti nei diversi dialetti (e vernacoli!).
Ecco perché il cordone ombelicale fra toscano e italiano è irrimediabilmente reciso: perché l’italiano è la lingua del dibattito “nazionale”, il toscano di quello toscano, mentre fra l’altro il dibattito italiano, pur se spesso dominato dalle liti da cortile, è da tempo aperto al mondo tecnologico e globalizzato, come dimostrano il telefonino, Internet, il modem e tutta la messe di anglicismi recenti (alcuni dei quali decisamente inutili ma privi di freni proprio a causa della reazione al vecchio purismo: qualche anno fa l’Accademia della Crusca aveva proposto il geniale vendistica per marketing, ma lo stesso mezzobusto che ne dette notizia si sentì autorizzato a prendere in giro i cruscanti per via del cattivo nome che questi si sono fatti nei secoli).
Parlando di lingua italiana veicolo del dibattito italiano, non si può certo negare che i vari tipi di italiano regionale continuino a rivestire un’importanza enorme, né che nella pronuncia la cosiddetta dizione (uno standard su base toscana “deregionalizzata”) resta confinata a pochi attori e doppiatori: è vero però che i vari italiani regionali sono, per quanto maggioritari e anzi quasi esclusivi (ma molto fluttuanti), realizzazioni regionali di un italiano “in potenza” che non esiste in nessuna regione particolare ma al quale lentamente tutte le regioni si stanno avvicinando, compresa la Toscana (naturalmente con vari ipercorrettismi e altri incidenti di percorso che possono anche radicarsi ed espandersi).
Inutile aggiungere che, per via della TV privata, Milano è uno dei centri di questo italiano in potenza, molto più di Firenze. L’altro polo è Roma, sede della RAI e non solo di quella, e c’è da aspettarsi che il processo di avvicinamento fra i due poli continuerà fino a che non incontrerà il raddoppio sintattico, che sembra rappresentare l’unica differenza per ora insormontabile fra l’italiano settentrionale e quello centro-meridionale.
Per concludere, si suggerisce di dare un’occhiata all’elenco di parole “settentrionali” assunte dall’italiano accanto o al posto delle parole toscane originarie di cui all’articolo di Gerhard Rohlfs nell’articolo “Italiano e toscano” (in: Studi e ricerche su lingua e dialetti d’Italia, Firenze, Sansoni 1972, cfr. anche altri saggi contenuti nello stesso volume): si potrà così capire meglio non solo perché l’italiano non coincide col toscano, ma anche che certe somiglianze lessicali fra italiano ed emiliano non sono dovute al superstrato italiano sull’emiliano ma, al contrario, al sostrato emiliano (e in genere settentrionale) sotto l’italiano. Diamo qui alcuni esempi: adesso, biscia, testa, lì, fazzoletto (toscano: ora, serpe, capo, costì, pezzola). [gennaio 2001]
Dante, la pantera e il volgare bononiense (3)
La volta scorsa si è parlato di Dante e del suo De Vulgari Eloquentia. Vediamo ora cosa si dice del bolognese nel Liber Primus di tale opera, avvalendoci della traduzione di Giorgio Inglese (edizione BUR, 1998).
Al capitolo IX, 4-5, analizzando i volgari (oggi in questo caso diremmo dialetti) dItalia, Dante a modo suo individua tre rami, a loro volta suddivisi in molteplici volgari locali differenti anche se usati da popoli che appartengono alla stessa gente, come i Napoletani e i Caietani, i Ravennati e i Faentini; e inoltre, cosa che più stupisce, membri di una stessa città, come i Bolognesi di Borgo San Felice e quelli di Strada Maggiore. Non occorre aggiungere altro, i lettori avranno già riportato alla memoria le tradizionali differenze fra le diverse parlate borghigiane di Bologna, di cui conserviamo anche oggi varie tracce.
Veniamo al sodo col capitolo XV: Dico dunque che forse non erra chi attribuisce ai Bolognesi la parlata più elegante, poiché essi traggono qualcosa, per il proprio volgare, dai circostanti Imolesi, Ferraresi e Modenesi [...]. I predetti, infatti, hanno dagli Imolesi la morbida dolcezza, dai Ferraresi e Modenesi una certa pronuncia gutturale, tipicamente lombarda, che ritengo sia negli abitanti di quella regione il lascito della mescolanza con gli stranieri Longobardi [...]. Se dunque i Bolognesi prendono da una parte e dallaltra, come è detto, è ragionevole che la loro parlata, per la mescolanza dei suddetti opposti caratteri, consegua il temperamento di una dolcezza pregevole: a mio giudizio, così ritengo che sia al di là di ogni dubbio.
Sebbene le categorie di morbida dolcezza e pronuncia gutturale, oltremodo opinabili e respinte dalla scienza moderna, lascino un po perplessi, il giudizio dantesco sul dialetto bolognese è dunque assai lusinghiero, soprattutto in quanto viene dopo unanalisi di tutti gli altri volgari che si traduce in una sconcertante sequela dinsulti e dichiarazioni di bruttezza che non riporteremo per non essere sospettati di eccessivo orgoglio municipale. Ma, come sempre, cè un ma: Pertanto, se coloro che concedono ai Bolognesi la palma del volgare si limitano a una comparazione fra i volgari municipali, mi compiaccio di essere daccordo con loro; se invece pensano che il volgare bolognese vada preferito in assoluto, allora dissento e non sono daccordo. Esso non è infatti quello che chiamo volgare regale e illustre: perché, se lo fosse stato, mai dal volgare proprio si sarebbero scostati Guido Guinizzelli, che è il maggiore, Guido Ghisilieri, Fabruzzo e Onesto, e altri poeti di Bologna, i quali furono maestri insigni e di finissimo giudizio nelluso del volgare.
Il grandissimo Guido: Madonna, l fino
amore chio vi porto;
Guido Ghisilieri: Donna, lo fermo core;
Fabruzzo: Lo meo lontano gire;
Onesto: Più non attendo il tuo soccorso, amore.
Le quali parole, a dire il vero, sono affatto diverse da quelle che usano gli stessi Bolognesi del centro. Per gli stessi motivi, già al capitolo XII, Dante operava una distinzione tra il siciliano parlato dal popolo, che non gli piaceva, e quello dei Siculi eccellenti, cioè il linguaggio usato dalla poesia siciliana alla corte di Federico II.
Sgombrato il campo da tutti i volgari, compresi il toscano, che deride, e il bolognese, che si salva come dialetto ma non gli pare adatto a fare da lingua letteraria e nazionale, Dante spiega, al capitolo XVI, quale devessere per lui il volgare illustre, cardinale, aulico e curiale: si tratta di una pantera che manda profumo in ogni luogo e in nessun luogo si dà a vedere, cioè del volgare che è di ogni città italica eppure non è di nessuna, e in virtù del quale tutti i volgari cittadini degli Italici si misurano, si pesano e si confrontano (la definizione è del divino poeta, il grassetto mio).
Parlando di pantera che in nessun luogo si dà a vedere, il Nostro dava unottima definizione di lingua in potenza, che lui aveva individuato e che del resto già aveva un po di storia, ma che spettò poi a lui sviluppare ulteriormente. Il tutto, come spiegano le antologie scolastiche, prende le mosse dalla poesia siciliana, che a lui era arrivata nella versione toscanizzata dai copisti e che doveva sembrargli meritevole perché comprensibile, vicina al toscano e quindi al latino ma sprovincializzata grazie a dottismi e provenzalismi (aigua per acqua), oltre che per il prestigio della tradizione poetica provenzale cui si riallacciava e per quello della corte imperiale sveva. La poesia siciliana si era poi irradiata dalla Toscana agli altri centri, a cominciare dalla vicina e universitaria Bologna in cui poetava Guido Guinizzelli, per cui Dante si inserisce in una tradizione già iniziata a livello embrionale, anche se non è sbagliato considerarlo il padre della lingua italiana nel senso che la Divina Commedia usa sì questa lingua letteraria in fieri, ma la innova e adatta a tutte le esigenze espressive portando alle estreme conseguenze la contaminazione fra idiomi e creando vari neologismi: senza una buona dose di inventiva e creatività linguistica, il richiamo ai modelli precedenti non sarebbe bastato per scrivere unopera come la Commedia, per di più rispettando la metrica e il principio che richiede vari registri per i vari argomenti trattati.
Lesistenza di una tradizione italiana precedente a Dante ha indotto Augusto Gaudenzi, nellIntroduzione del suo I suoni, le forme e le parole dellodierno dialetto della città di Bologna (1889, ristampato da Forni cento anni dopo), a ipotizzare che la lingua letteraria italiana si sia sviluppata a Bologna, e precisamente negli ambienti universitari dove i Lombardi e i Toschi si incontravano e avevano ciascuno professori delle loro nazioni.
Ipotesi sostenuta con passione, ma inficiata dal desiderio di voler blasonare la nostra città attribuendole quello che a fine Ottocento doveva essere il vanto più ambito: aver visto i natali della lingua nazionale. Oggi che la forte differenza del bolognese dallitaliano e limportanza di conservare gli idiomi locali e le lingue regionali non sono più in dubbio, noi ci limiteremo a sottolineare come Bologna abbia fatto da centro di diffusione della lingua italiana, certo non lunico, e come abbia contribuito anche al suo lessico: la parola università, ad esempio, è nata qui.
L’individualità del bolognese: suoni e parole (4)
Nelle scorse puntate abbiamo discusso dei rapporti che intercorrono fra latino, bolognese, toscano e italiano. Vediamo ora cosa differenzia l’italiano “neutro” o “standard” dal bolognese (principalmente cittadino, ma anche chi parli una variante non cittadina potrà riconoscersi in quasi tutto). Diciamo subito che di differenze
ai n é par sèt castîg, perché il bolognese fa parte di un insieme di dialetti, quelli gallo-italici, che la glottologia riconosce da sempre come appartenenti al mondo romanzo occidentale (per intenderci, quello cui appartengono il francese e il catalano, ma non l’italiano). Diremo anche che a dare un’individualità al bolognese è il
dosaggio delle varie caratteristiche, non la loro unicità: il nostro dialetto infatti non è isolato, ma si inserisce in un continuum di somiglianze che lo pone fra il modenese e il romagnolo.
Cominciamo dalla fonetica: l’italiano neutro ha 7 fonemi vocalici, il bolognese circa il doppio, dato che prevede un’importante distinzione fra vocali
lunghe e brevi, per cui sâc “sacco” con la a lunga si distingue da
sacc “secco” con a breve, e così côr “cuore”,
córr “corre” e così via. Non esistono invece le consonanti doppie, per cui la doppia
c grafica di sacc serve solo a mostrare un allungamento consonantico automatico dopo le vocali brevi. Qualche doppia in realtà c’è, ma nasce dall’incontro di consonanti venute a cozzare fra loro per la caduta di una vocale:
s-santa “sessanta”, a mur-rò “morirò” (o alla giuntura tra morfemi:
vôl-la? “vuole lei?”). Si tratta di un fenomeno che ha analogie col francese e si spiega con la frequenza della
sincope vocalica nei dialetti emiliani:
ṡdâz
“setaccio”,
stmèna “settimana”, fnèstra “finestra” e così via, fino a nessi impronunciabili per i non bolognesi come
mnéṅna
“gattina”,
dṡgrâzia
(o g’grâzia) “disgrazia” ecc. Per la verità alcuni nessi risultano impronunciabili anche per noi, ed ecco apparire una
a d’appoggio in inizio di parola: aldâm “letame”, arpzèr
“rattoppare” e altri ancora. Come impressione acustica le vocali bolognesi sono diverse dall’italiano per una maggiore centralizzazione nella bocca, come si può vedere dallo schema fornito alla pagina della
fonetica del Sito Bolognese, e diverse dall’italiano sono la struttura sillabica e l’intonazione. Anche le consonanti si realizzano in modo diverso dall’italiano: la
zeta ad esempio somiglia al th inglese, ma ottenuto con la punta della lingua dietro i denti inferiori anziché fra questi e quelli superiori, poi c’è la famosa
esse che nella sua versione più caratteristica (e bella) è alveolare e con le labbra sporte all’infuori, mentre l’italiano prevede un suono dentale abbastanza secco. È interessante notare che davanti a
p e b si ha sempre n velare, come in genere davanti alle altre consonanti:
tänp “tempo”, ganba “gamba”; inoltre ni e li
+ vocale danno di solito gn e gli, per cui si dice Itâglia
“Italia”, Germâgna “Germania”, ugnån “unione”. Caratteristica del dialetto urbano è l’aver trasformato la
o aperta breve in una strana vocale senza l’arrotondamento labiale, ancora presente in molti dialetti rurali, e averla poi fusa con
a: dåpp “dopo” si legge dapp in città e dòpp
o simili in campagna. La distribuzione dei suoni in bolognese, insomma, anche quando somigliano un po’ a quelli italiani, è tutta particolare:
vén “vino”,
lóṅna
“luna”, zîra “cera”,
zrîṡa
“ciliegia”, èv “ape”, saida “seta” e via andare. Ciò avviene perché il bolognese si è sviluppato autonomamente dal latino parlato, seguendo binari evolutivi diversi da quelli toscani e italiani. Naturalmente l’influenza dell’italiano oggi si fa sentire: la parola antica
parmṡàn
“parmigiano” ha una distribuzione dei suoni tutta bolognese, quella moderna
partigiàn “partigiano” mostra una struttura più italiana, anche se la mancanza della
o finale rappresenta il marchio di un’irriducibile alterità.
Ecco un’altra caratteristica saliente dell’emiliano, tranne quello “montano alto” di cui parleremo in futuro: la caduta di tutte le vocali finali diverse da
a, come in can “cane”, gât “gatto”, òmen “uomini”. Secondo
alcuni studiosi questa strage di vocali, all’interno e alla fine delle parole,
sarebbe dovuta al sostrato gallico: nella lingua dei galli, popolazione che da noi si sovrappose agli etruschi, la vocale accentata
sarebbe stata particolarmente prominente all’interno della parola. Quando i galli furono sconfitti dai romani, e dovettero cominciare a imparare il latino, trasferirono varie caratteristiche della propria lingua in quella dei conquistatori, per cui si appesantì la sillaba tonica a danno di tutte le altre. Un fenomeno simile, anche più spinto (con caduta persino della
a: semaine “settimana” si pronuncia s(e)mèn, cfr. bol.
s(t)mèna), si ha in francese, altra lingua a sostrato gallico, pur se non uguale al nostro. Questo spiegherebbe almeno in parte perché l’italiano e il bolognese sono così diversi: il latino della Toscana era direttamente influenzato dal sostrato etrusco, cioè di una lingua non indoeuropea e dunque molto più diversa dal latino di quanto non fosse il gallico. Quindi, le interferenze linguistiche nell’apprendimento del latino da parte degli etruschi furono minori, e gli etruschi adottarono un latino meno strano e meno portatore di germi di cambiamento rispetto a quello dei galli. C’è
chi invece non è d’accordo sul dare tanta importanza al sostrato, ricordando che
la romanizzazione in varie parti dell’impero fu profonda, e che nell’evoluzione di una lingua sono
più importanti le vicende successive, come le suddivisioni amministrative e diocesane, i rapporti con gli altri popoli e i nuovi confini che vennero a crearsi.
Certo è che le innovazioni linguistiche si spostano nel tempo, se riescono ad
affermarsi, e che questo importante fatto va sempre tenuto presente nell’analisi
delle differenze (e somiglianze) fra due lingue o dialetti, anche quando sono
molto vicini geograficamente.
Ai fenomeni morfologici e sintattici dedicheremo la prossima puntata della nostra Rubrica, dal momento che sono importanti quanto quelli fonetici nel definire il profilo del bolognese. Per finire oggi daremo uno sguardo al
lessico, che di solito è il primo ad attrarre l’attenzione anche se non necessariamente il più rivelatore dell’essenza di una lingua. Un esempio: l’inglese è una lingua germanica come il tedesco e lo svedese, eppure vede nel suo lessico un prevalere di parole latine, basti pensare che “fiore” si dice
flower, mentre in tedesco è Blume (radice germanica: cfr. svedese
blomma). Motivo storico di questa particolarità è la dominazione dei normanni francofoni, che hanno dato all’inglese buona parte del suo lessico latino. Al contrario, il rumeno presenta un prevalere del lessico non latino, e in particolare slavo, ma resta una lingua romanza.
Il lessico bolognese è ancora ben differenziato da quello italiano, tanto che ricorda il francese scritto o pronunciato: “français” e
franzaiṡ, “arriver” e arivèr, “cinq” e zénc, “avril” e
avréll, “chèvre” e chèvra, ma naturalmente non si tratta di un rapporto di derivazione, bensì di evoluzione analoga, che va distinta dalle parole effettivamente prese in prestito dal francese come
sefúrr “autista”, tirabusån “cavatappi”,
ala sanfaṡòn
“alla buona” ecc. Notevole prestito dall’inglese è
puliṡmàn, ancora frequente malgrado la concorrenza dell’italianismo
véggil. I forestierismi più numerosi sono proprio quelli dall’italiano, tanto che
sèlda deve lottare contro âmid,
bunbèṡ
contro
uvâta, antèr contro pulîr, catèr contro truvèr,
èrc-in-zîl (caratteristico e simile all’arc-en-ciel francese) contro
arcobalêno, e così via. Ci sono anche molte radici comuni che col tempo hanno ricevuto una verniciatura italiana: si tratta di evoluzioni popolari dal latino che oggi sembrano errori e che invece recavano il germe di un lessico più autonomo (nei limiti di due idiomi entrambi derivati dalla stessa lingua antica): ad es.
camamélla “camomilla” (oggi camumélla), malgarétta “margherita”
(margarétta), arcåvva “alcova” (alcåvva), vigliån
“veglione” (vegliån) ecc. Naturalmente varie forme sono comuni ad altri dialetti gallo-italici e anche italiani centrali e meridionali o addirittura al toscano popolare, ma esiste pure un fondo di termini eminentemente emiliani, come la famosissima
arżdåura
“massaia”, oggi retrocessa a “casalinga” e in concorrenza con l’italianeggiante
caṡalénga, lâza “spago”,
dlîżer
“scegliere”,
scadåur “prurito” (all’originalità del lessico bolognese di un tempo è dedicato Luigi Lepri,
Dialetto bolognese ieri e oggi. Raffronti fra vocaboli, Bologna, Tamari 1986).
L’individualità del bolognese: la grammatica (5)
Eccoci arrivati alle peculiarità
grammaticali del bolognese, in una rapida carrellata contrastiva con l’italiano. Anche stavolta, di differenze
ai n é un ṡbandêren: cominciamo dalla morfologia
verbale. Innanzitutto, a fronte delle tre coniugazioni italiane, ne troviamo quattro: -èr,
-air, -er e -îr (es. mandèr, savair, bâter
e partîr). Anche se ha lo stesso numero di modi e tempi, la coniugazione bolognese è però più semplice di quella italiana poiché, una volta superato lo scoglio del presente indicativo e del participio passato, troviamo più o meno le stesse forme: sapendo che il passato remoto di
mandèr è mé a mandé, té t mandéss,
ló al mandé, nó a mandénn, vó a mandéssi,
låur i mandénn, possiamo ricavare il passato remoto anche delle altre coniugazioni:
mé a savé, té t batéss, ló al parté ecc. Vi sono però alcune differenze nell’uso di tempi e modi: ad es. il gerundio ricorre molto meno che in italiano e per “sto facendo” si preferisce dire
a sån drî a fèr. Esiste anche un embrione di gerundio futuro perifrastico:
a sån drî par fèr, col significato di “sto per fare”.
Come si vede dagli esempi, la coniugazione bolognese richiede che fra il soggetto e il verbo si inseriscano delle particelle pronominali, che chiameremo
espansioni del soggetto: a, (e)t, al, la,
a, a, i (e äl per la III pers. f. pl.). Il primo di loro viene dal latino
ego, e si è poi generalizzato anche alla I e II persona plurale,
t è ovviamente collegato a “tu” ecc., per cui i pronomi personali soggetto del bolognese ricordano quelli oggetto italiani (me, te, lui, loro...), e quelli soggetto italiani vengono dagli stessi pronomi latini che hanno dato le espansioni del soggetto bolognesi. Queste ultime conferiscono un carattere molto particolare al bolognese e agli altri dialetti emiliano-romagnoli: “egli fa” si dice
ló al fà, e “Pietro fa” è Piràtt al fà. Se poi costruiamo una domanda, ecco che le espansioni del soggetto cambiano posto e finiscono dopo il verbo, in una vera e propria
coniugazione interrogativa: csa fèl ló? csa fèl Piràtt? csa fâghia mé? Questa inversione per fare le domande ricorda il francese, o le lingue germaniche: “Que sais-je? How are you? Was ist das?”. Esiste anche un interessante
soggetto fittizio, come per il tedesco “es”, che si usa quando una frase cominci con un verbo intransitivo seguito, e non preceduto, dal soggetto vero della frase:
ai arîva tô pèder “arriva tuo padre”. In bolognese però non si ha soggetto fittizio coi verbi atmosferici:
al piôv, al naiva, al tinpèsta “piove, nevica, grandina” (ted. “Es regnet, es schneit, es hagelt”).
Poiché in bolognese non mancano le particelle di altra natura (pronomi
complemento diretto e indiretto, avverbio
i “ci” e pronome in “ne”, avverbio negativo an), tutte queste forme interagiscono fra loro, spesso fondendosi e creandone delle nuove:
a n al sò brîṡa, a n in vói pió, ló an vôl mâi lavurèr, “non lo so, non ne voglio più, non vuole mai lavorare”, il tutto complicato dal fatto che spesso
n + i si pronuncia agn: a n i vâg mâi “non ci vado mai” suona infatti
“agni vâg mâi”, come indicato dall’introduzione grammaticale del Dizionario italiano-bolognese, bolognese-italiano di Luigi Lepri e Daniele Vitali (Milano : Vallardi 2000, II edizione) e dal Manuale dell’odierno dialetto bolognese di Pietro Mainoldi (Bologna : Forni 2000, rist. anast. dell’edizione Mareggiani 1950). Gli esempi citati mostrano un’altra caratteristica del nostro dialetto che ricorda il francese: la
negazione ridondante, ossia composta da due elementi (an e
brîṡa), come in
Je ne le sais pas “non lo so”.
Passando ai sostantivi, troviamo subito il plurale apofonetico al maschile: se in italiano il plurale di “cassetto, topo, fiore, pelo” è “cassetti, topi, fiori, peli”, cioè si sostituisce la vocale finale con una
-i, in bolognese i plurali di casàtt, påndg, fiåur e
pail sono rispettivamente casétt, póndg, fiûr e
pîl, con variazione della radice, come spesso in tedesco (der Mantel -
die Mäntel “il mantello - i mantelli”). Questo tipo di plurale, che ritroviamo a Ferrara, in Romagna e in Veneto e un tempo doveva essere presente anche in altri dialetti della Pianura Padana, ha origini storiche: la vocale accentata è cioè cambiata per influsso di una
-i finale, poi caduta. Anche la -e del femminile a un certo punto cadde, ma in alcuni casi è stata restaurata sotto forma di
-i per evitare confusioni col singolare maschile: abbiamo infatti la serie
al gât, i gât, la gâta, äl gâti “il gatto, i gatti, la gatta, le gatte”, dove
al gât, che non ha plurale metafonetico ma resta invariato, è distinto da
äl gâti proprio grazie a quella -i (in varie parlate non si distingue fra
al e äl, per cui il soccorso di quella -i è ancor più provvidenziale per sapere se si sta parlando di un solo gatto maschio o di tante femmine, con relativa
gatèra). Invece, se la parola femminile da trasporre al plurale non ha un’analoga forma maschile, la
-a finale cade e non viene sostituita: la dòna - äl dòn “la donna - le donne”. Con alcune combinazioni di suoni è però necessaria una vocale epentetica, così il plurale di
nóvvla, ânma, chèvra, pîgra, masscla “nuvola, anima, capra, pecora, mestolo” è
nóvvel, ânum, chèver, pîguer, màsscuel. Tutte queste regole possono sembrare molto complicate, ma per applicarle basta conoscere un’altra caratteristica del bolognese dovuta alla rapida evoluzione storica subita dal vocalismo del nostro dialetto:
l’alternanza vocalica, di cui danno vari esempi le due opere sopra citate, e che si applica anche al plurale e femminile degli aggettivi, alle coniugazioni verbali, alla derivazione, ecc.
Inoltre: in bolognese si fa il femminile non solo di “uno”, ma anche di “due” e “tre”:
un òmen, dû òmen, trî òmen, una dòna, dåu dòn,
trai dòn ecc. Il verbo dvair “dovere” in pratica non si usa e viene sostituito da costruzioni perifrastiche come
ai ò da lavurèr “devo lavorare”, a téggn andèr in cal sît “devo usare la ritirata” e, per esprimere una probabilità, al
gêva andèr sicûr ai 150, cal dṡgraziè “doveva andare sicuramente ai 150, quel disgraziato”. Da notare poi un uso molto ampio del partitivo, soprattutto nelle frasi negative:
la n pôl brîṡa avair di fiû
“non può avere (lett. “dei”) figli”,
a in ò trai däl fiôli “ne ho tre di (lett. “delle”) figlie”.
Come il lessico, anche la SINTASSI si è piuttosto italianizzata di recente (in alcuni casi comincia a saltare l’uso coerente delle espansioni del soggetto), ma emergono ancora costruzioni, soprattutto nei dialetti rustici e montani, che attestano una precedente e piacevole genuinità: in tutta la Regione, e anche oltre, ma non più a Bologna città, i
verbi di percezione reggono a: a t ò sintó a cantèr,
i t an vésst a fumèr “ti ho sentito cantare, ti hanno visto fumare”. Ancora udibile, anche come errore in italiano (ma perfettamente corretto in bolognese):
la żänt i n capéssen gnínta “la gente non capisce (lett. “non capiscono”) nulla”. Un’altra costruzione assai erronea in italiano rappresenta l’unico modo di dire “a cui, di cui, con cui” ecc. in bolognese:
al lîber ch’a in dscurêven ajîr “il libro di cui parlavamo ieri” (lett. “che ne parlavamo”). Arcaico, ma ancora ricordato in città e vivo in campagna,
es per “e”, congiunzione che unisce due verbi coordinati: a rédd es a zîg “rido e piango”. Si tratta di una costruzione usata nelle canzoni di Carlo Musi e Mario Medici, nonché frequentissima nelle favole di Carolina Coronedi Berti. Usato ancora oggi
an s capêva cus’as fóss “non si capiva cosa (lett. “si”) fosse”, che ha un’intera coniugazione:
a n sò brîṡa cus’a m dégga,
t an sè brîṡa cus’t et dégg
ecc. “non so cosa (“mi”) dico, non sai cosa (“ti”) dici”. Diffuso in molti luoghi, e dunque un tempo probabilmente anche cittadino, l’ordine dei pronomi inverso all’italiano (ma normale in spagnolo) in frasi del tipo
as m é rått la mâchina “mi si è rotta la macchina” (lett. “si mi è rotto”), confermato dal generale e obbligatorio (perché di terza persona)
an s i arvîṡa gnanc int al pisèr
“non gli somiglia affatto” (lett. “non si gli paragona”). Ancora, gli anni hanno sempre voluto, in tutta l’Emilia-Romagna e dintorni, la preposizione articolata
dal, oggi in lotta con l’italianeggiante int al “nel”: A sån nèd dal ’25
“sono nato nel 1925”, spesso reso in italiano con “sono nato del ’25”. Particolarità anche per le date e gli orari:
a se vdrän a sî åur (cfr. francese “à six heures”), oggi in ritirata di fronte
a int äl sî e anche al sî, “ci vediamo alle sei”, mentre “il sei” è
al dé di sî oppure ai sî (es. d utåbber, “di ottobre”). Ormai estinto ma estremamente interessante:
i én bî e vîc’, alla lettera “sono belli e vecchi” per dire “sono già vecchi”, dal momento che “già” a tutt’oggi si dice
bèle (o bèla).