Le espansioni del soggetto

 

Si tratta di un punto qualificante della grammatica bolognese, di cui rende ampiamente conto il Manuale Dscårret in bulgnai? (cfr. Indice analitico: se ne parla ai paragrafi 1.3, 2.1, 3.1, 3.4, 4.3, 5.5, 17.1, 17.5, 21.1, 26.2, 27.7, 30.1, 30.2, 30.3, 31.4, Û.1). Il termine "espansioni del soggetto" è stato coniato dai recenti studi bolognologici (Daniele Vitali e Luigi Lepri, Dizionario bolognese-italiano, italiano bolognese, Milano : Vallardi 1999, ripreso poi dal Manuale), al posto di termini precedenti come "clitici" o "pronomi personali soggetto atoni". Qui sotto, l’autore ci spiega il perché.
 


Particelle pronominali, clitici o espansioni del soggetto?

Daniele Vitali, 03.02.2006

 

Un elemento tipico della morfosintassi dei dialetti settentrionali, in particolare di quelli emiliano-romagnoli, è un sistema di particelle pronominali obbligatorie nella coniugazione.

In bolognese ad es. “io faccio” non si dice *mé fâg, bensì mé a fâg, con una a obbligatoria derivata dal latino ĕgo (Devoto-Giacomelli 1972, 61). Tale a si è poi generalizzata dalla i persona singolare anche alla i e ii persona plurale, per cui avremo nó a fän, vó a fè “noi facciamo, voi fate”. Sempre rimanendo in ambito bolognese, il paradigma completo è il seguente:

mé a fâg
té (e)t fè
ló al fà
lî la fà
nó a fän
vó a fè
låur i fan
låur äl fan

Davanti a vocale vi sono forme diverse:

inparèr “imparare”

mé a inpèr  
té t inpèr     
ló l inpèra  
lî l’inpèra   
nó a inparän        
vó a inparè 
låur i inpèren       
låur äli inpèren

arivèr “arrivare”

mé arîv       
té t arîv       
ló l arîva    
lî l’arîva     
nó arivän   
vó arivè      
låur i arîven         
låur äli arîven

avair “avere”

mé ai ò       
té t è 
ló l à 
lî l’à 
nó avän      
vó avî
låur i an     
låur äli an

Come si vede, se la vocale iniziale del verbo è a, la particella a della i pers. sing. e della i e ii pers. plur. scompare; il verbo avair ha una forma particolare alla i pers. sing.

Le particelle in esame interagiscono coi pronomi personali soggetto e complemento, nonché con la negazione, il pronome in “ne” e l’avverbio i “ci”. Questo complesso sistema è stato studiato in particolare da Mainoldi 1950, da Vitali-Lepri 1999 e da Vitali 2005.

Mainoldi le chiamava semplicemente “particelle pronominali”, mentre diversi altri lavori parlano di “clitici”; io personalmente preferisco “espansioni del soggetto”, e qui di seguito cercherò di spiegare perché.

Vanelli 1987 afferma che al Nord i pronomi personali soggetto furono ridotti a parte della coniugazione nel xv-xvi secolo: a da ĕgo cominciò ad accompagnare obbligatoriamente la i pers. sing., per cui nel significato di “io” fu sostituito da (proveniente dalla forma dativa latina MIHI, cfr. Rohlfs 1968, § 434), che ha dato poi lodierno : mé a mand “io mando”, mentre se si intende semplicemente “mando” bisogna dire a mand.

Per cui, come “io mando” non può essere *mé mand, anche “mando” non può essere *mand: la particella a è obbligatoria. Ciò fa dire appunto a Vanelli 1987 che queste particelle, da lei come da altri chiamate “clitici”, sono parte della coniugazione, e che i dialetti settentrionali (bolognese incluso) possono omettere il soggetto (ad es. ), come in italiano ma diversamente dal francese.

Al momento di scrivere le mie note grammaticali bolognesi del 1999 e del 2005 mi sono posto il problema di come chiamare tali particelle. Scartata la definizione di Mainoldi, non abbastanza ficcante, ho anche pensato che il grecismo “clitico” suonasse troppo specialistico per risultare davvero efficace in lavori di scopo dichiaramente divulgativo e didattico. Infatti le note del 1999 erano inserite nelle istruzioni d’uso di un vocabolario che si voleva (e di fatto tale è diventato) di larga consultazione, e quelle del 2005 sono parte fondamentale di un manuale rivolto a chi vuole apprendere il bolognese come si fa con le lingue straniere, cioè con un solido impianto grammaticale il cui ruolo è però puramente strumentale, essendo l’obiettivo vero quello di impadronirsi della lingua il più rapidamente possibile e di cominciare a usarla con profitto.

C’era bisogno quindi di un termine descrittivo e non ambiguo, requisiti non soddisfatti da “clitico”. Se cerchiamo infatti sul dizionario il significato di questa parola, troviamo “Forma soggetta a enclisi o a proclisi”. In pratica, sono clitici sia pronomi proclitici come me lo nella frase italiana me lo porti? sia pronomi enclitici come gli stessi me e lo nella frase it. pòrtamelo! Avendo le particelle bolognesi funzione di soggetto, e non di complemento come me e lo in italiano, e potendosi combinare in diversi modi coi pronomi personali complemento, mi è parso subito opportuno tenere distinti i concetti per i suddetti fini didattici, poiché non era lecito aspettarsi che tutti gli iscritti ai Corsi di Bolognese fossero interessati a distingure tra “particelle enclitiche soggetto, proclitiche complemento, enclitiche complemento” ecc.

Una caratteristica molto interessante delle nostre particelle è che, oltre ad accompagnarsi ai pronomi personali, accompagnano anche obbligatoriamente ogni altro tipo di soggetto:

al fà                   “fa”

ló al fà                “egli fa”

Pèvel al fà          “Paolo fa”

la Luzî la fà        “Lucia fa”

i fan                   “fanno”

låur i fan            “essi fanno”

i gât i fan           “i gatti fanno”

Una delle loro funzioni è infatti specificare la categoria di genere anche laddove l’italiano omette tale distinzione:

al fà                 “fa” (m.)

la fà                 “fa” (f.)

i fan                 “fanno” (m. plur.)

äl fan               “fanno” (f. plur.)

Tale differenza dall’italiano appare ancor più evidente se si considera che in questa lingua “essi, esse” sono oggi disusati e sostituiti da “loro”:

låur i fan          “loro fanno” (essi)

låur äl fan        “loro fanno” (esse)

In pratica, le nostre particelle sembrano sostituire il soggetto laddove questo non è espresso, in realtà lo accompagnano, poiché restano obbligatorie anche quando è espresso, e in ogni caso lo sottolineano, specificandone la categoria di genere sia quando non sarebbe chiara con altri mezzi, sia quando il soggetto contiene già tale categoria. Si tratta insomma di un’amplificazione, di un’espansione del soggetto.

Ecco perché ho usato il termine espansione del soggetto. L’esperienza di 4 anni di corsi di bolognese, prima con le note del 1999, poi con la grammatica del 2005, dimostra che tale termine è ben capito dagli allievi, che lo hanno fatto proprio e lo utilizzano per quello che è, uno strumento utile a progredire sulla via dell’apprendimento del dialetto.

 

Bibliografia

Devoto Giacomo, Giacomelli Gabriella 1972, I dialetti delle regioni d’Italia, Firenze : Sansoni 1972

Mainoldi Pietro 1950, Manuale dell’odierno dialetto bolognese. Suoni e segni. Grammatica - Vocabolario, Bologna : Soc. tip. Mareggiani 1950

rohlfs Gerhard 1968, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti. Morfologia, Torino : Einaudi

Vanelli Laura 1987, “I pronomi soggetto nei dialetti italiani settentrionali dal Medio Evo a oggi”, in Medioevo romanzo (xii), pp. 173-211

Vitali Daniele, Lepri Luigi 1999, Dizionario italiano-bolognese, bolognese-italiano, Milano : Vallardi (ii edizione ampliata nel 2000)

Vitali Daniele 2005, Dscårret in bulgnai? Manuale e grammatica del dialetto bolognese, Bologna : Airplane 2005


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