Il
Dizionario come si è detto contiene un numero limitato di proposte
(contrassegnate con P all'esponente) e un certo numero di neologismi
(etichettati con N). Contrariamente alla pagina dei
neologismi del Sito Bolognese, che sono in
genere proposte del Sito stesso, i neologismi del Dizionario sono stati inseriti
come tali dagli autori dell'opera soltanto se effettivamente sentiti usare dai
parlanti.
Un caso particolare sono i termini dell'informatica coniati da Daniele Vitali per il Sito Bolognese. Questi termini sono stati elencati nel Dizionario alla voce computer della parte italiano-bolognese e contrassegnati in base al loro effettivo uso: blog dièri int la raid; guestbook lîber di viṡitadûr; spam róssc eletrònic; webmaster padrunâz dal sît e World Wide Web (WWW) Gran Tlarè Mundièl (GTM) sono tutte proposte, e infatti non hanno indicazioni diverse dall'intestazione dell'elenco, che recita terminologia minima del computerP, laddove la P all'esponente sta appunto per proposte. Ci sono però alcuni termini che hanno indicazione NC, cioè "neologismo circolante": si tratta di font carâter s.m. pl.; home page prémma pâgina; link ligâm; mailing list zircolèr; mouse pundghén. Queste parole, pur essendo originariamente proposte dello stesso Daniele Vitali, sembravano aver attecchito nel piccolo ma vivace ambiente di chi si occupa sia di cose bolognesi sia di computer, e sono dunque state promosse da proposte a neologismi, per quanto con la specifica "circolanti", ad indicare che non sono neologismi patrimonio di tutti i parlanti bolognese.
Naturalmente, poiché il luogo in cui più si usano termini informatici in bolognese è proprio il Sito Bolognese, tutte queste parole hanno la tendenza a passare da P a NC. In particolare, padrunâz dal sît per "webmaster" sembra essere piaciuto molto ai visitatori del Sito e agli utenti del Dizionario, e i giornali hanno ripreso più volte sia questo termine sia dièri int la raid per "blog", sia tlarè per "web" sia pundghén per "mouse". Quest'ultimo termine potrebbe addirittura passare da NC a un semplice N, come si può leggere nell'articolo di Daniele Vitali che pubblichiamo qui sotto.
Un neologismo fortunato: pundghén per "mouse"
di Daniele Vitali
Quando nel 1999 cominciai a lavorare al Sît Bulgnaiṡ, allora piuttosto artigianale e non ancora divenuto il corale lavoro di gruppo che per fortuna è oggi, mi trovai quasi subito davanti alla necessità di tradurre i termini dell'informatica. In più di una pagina infatti era necessario dare istruzioni ai naviganti su come consultare un documento, installare i font per scrivere correttamente ecc., tanto che alcuni punti del Sito trattavano quasi più di informatica che di bolognese. La cosa non mi pareva disturbasse tanto, dal momento che comunque ciò avveniva in due lingue, cioè sia in bolognese che in italiano (il Sito infatti ha avuto fin dall'inizio l'ambizione di essere per lo più bilingue).
Deciso dunque di scrivere dei testi più o meno informatici anche in bolognese, si presentava il problema di come tradurre la terminologia. Potevo fare come spesso si fa oggi in italiano, cioè lasciarla in inglese, ma non mi parve la soluzione più adeguata. Innanzitutto spesso un termine italiano per i concetti informatici esiste, solo che, usato all'inizio, è poi stato soppiantato dal termine inglese che si sforzava di tradurre. Inoltre, scrivendosi il bolognese come si pronuncia, avrei dovuto ritrascrivere i termini inglesi secondo la pronuncia che hanno nell'italiano di Bologna, per cui Înternet, mâuṡ, meilinlísst e così via. Certo mâuṡ poteva andare (come conpiûter che anch'io utilizzo più spesso della mia stessa proposta zarvlån), ma mi chiedevo se non avrebbe dato problemi di comprensione.
Mi venne allora in mente che in francese si dice souris e in spagnolo ratón, cioè "topo", che è ovviamente anche il significato dell'inglese mouse. Ecco la verità: mentre in Italia ci scervelliamo su come dare un nome alle novità della vita moderna, gli anglofoni ricorrono semplicemente a dei paragoni e a delle metafore, che rapidamente prendono piede e vengono intese senza problemi dai parlanti sia nel vecchio che nel nuovo significato, a seconda del contesto. Entrando nelle altre lingue, le parole inglesi con la loro opacità (per noi) e con la loro diversità fonetica rispetto al fondo lessicale indigeno (malgrado i vari adattamenti fonetici, più o meno pesanti a seconda della lingua che li accoglie), prendono poi immediatamente l'aura di termini tecnici, che vanno "lasciati così come sono, senza tradurli". In realtà si tratta di parole assolutamente quotidiane, solo che hanno subito un trasferimento di significato. Diversamente dagli italiani però, francesi e spagnoli, con l'aiuto delle rispettive accademie linguistiche, sono riusciti a rendere meno opachi almeno i termini più comuni, ad es. "computer" si dice ordinateur in francese e ordenador o computador in spagnolo. Sono sicuro che chi proponesse in Italia di dire "topo" e "ordinatore" al posto di "mouse" e "computer" verrebbe perlomeno lapidato, e non sarò certo io a espormi a un simile rischio. Però allora pensai: "Sono forse il primo a parlare di informatica in bolognese. Inoltre, il bolognese nelle mani dei suoi parlanti nativi può essere uno strumento duttilissimo, in grado di creare un gran numero di parole nuove ad hoc ("occasionalismi"), per di più con quel delizioso sottinteso ironico e scanzonato che è tipico degli anziani quando si confrontano con le novità di una vita moderna della quale loro si riservano di prendere solo ciò che ritengono utile anziché sottoscriverla completamente. Ma allora, chi mi impedisce di fare delle proposte, seguendo gli stessi meccanismi ad un tempo creativi e satirici? Fermo restando, ovviamente, che userò queste proposte per mia comodità personale e che gli altri decideranno poi se le trovano di loro gusto o meno".
E così partii: per "Internet" coniai la Raid däl Raid (a volte sui giornali italiani si legge/va "la rete delle reti"), per "WWW" pensai a Gran Tlarè Mundièl, e per "mouse" era automatico ricorrere alla stessa metafora dell'inglese e delle due lingue romanze cui si poteva facilmente fare riferimento, cioè il francese e lo spagnolo. Tanti anni prima, un mio coetaneo poco amante della tecnologia chiamò il mouse la pundgâza, cioè "il topo di fogna", con intento scherzoso ma anche evidentemente critico. Non avendo io intenti critici, scartai pundgâza e anche påndg "topo", traduzione letterale di "mouse" ma comunque, pensavo, ancora troppo legato a un'immagine negativa. Decisi così di ricorrere a pundghén, "topolino", e cominciai a scrivere la parola qua e là nel Sito.
L'idea pare essere piaciuta: nell'intervista fattami dal Resto del Carlino nell'agosto 2007, in cui la stampa annunciava per la prima volta l'imminente uscita del Dizionario, il titolo era proprio: "Il dialetto va in Rete. Il mouse? Pundghén" e anche gli articoli dedicati al Dizionario usciti su La Repubblica e Il Corriere citavano la parola. In questo modo si è creato un po' un comune sentire per cui pundghén è la traduzione bolognese di "mouse" (per quanto forse un po' scanzonata), fino a un episodio che non mi aspettavo: durante la presentazione del Dizionario alla Cappella Farnese del Comune, il 25 novembre 2007, ho spiegato come consultare il libro e come interpretare i vari codici all'esponente. Illustrando le proposte e i neologismi, più o meno circolanti, ho detto che ci eravamo chiesti: "come si dice il mouse?" e il pubblico, a una sola voce, ha risposto pundghén! A questo punto, forse si potrebbe indicare la parola come N e non più come NC. Certo il tutto è abbastanza normale: è la modalità solita, graduale ma anche relativamente rapida, per cui una parola nuova si afferma fino a entrare nel lessico comune, eppure non mi aspettavo che il pundghén avrebbe attecchito così in fretta!
Una certa Bruna Badini, ricercatrice all'università di Bologna, ha criticato il tascabile Vitali-Lepri del 1999 perché secondo lei in quel lavoro abbiamo adottato "una linea di massima apertura verso le innovazioni, quasi a dimostrare che il dialetto sarebbe in grado di far fronte anche alle necessità comunicative più nuove... Il rischio di un uso talora esasperato e antifunzionale del dialetto, perché applicato indiscriminatamente alla nuova realtà culturale,... è che le innovazioni... restino parole che difficilmente verrebbero utilizzate dai parlanti nella quotidianità" (da: "Il dialetto e le sue parole: piante e frutti nella lessicografia bolognese", numero 3 della collana "I quaderni del Museo della Civiltà Contadina", pagg. 24-25).
Io sospetto in realtà di stare poco simpatico alla Badini (anche se non la conosco), perché mi attaccò già frontalmente ai tempi della Grammatica, durante un convegno pubblico cui non presenziavo, lasciando di stucco tutti i partecipanti, che usavano il mio libro con profitto per i propri corsi di bolognese (e proprio di didattica parlava il convegno, anche se non so perché la Badini figurasse tra gli oratori, visto che lei, al contrario degli attoniti astanti, non mi risulta tenesse corsi di dialetto). Prendiamo però sul serio le sue critiche e cerchiamo di rispondere.
Il Vitali-Lepri, date le ridotte dimensioni, non fa che registrare, come spieghiamo anche nell'Introduzione, il dialetto bolognese odierno quale usato dai parlanti genuini. Questi ultimi, parlando ancora bolognese per almeno parte della propria giornata, si trovano spesso a nominare anche novità moderne, come energî nucleèr, televiṡiån, termosifån ecc. Ovviamente queste parole non si usavano nell'Ottocento, quando non erano stati inventati gli oggetti corrispondenti, ma oggi lo sono eccome, a tal punto che non c'è nemmeno bisogno, secondo noi, di etichettarle come neologismi. Novità che non facciano parte del patrimonio linguistico comune il tascabile non ne contiene (al contrario del grande Dizionario appena uscito, dove però sono scrupolosamente etichettate come tali), eccezion fatta per 14 proposte alla lettera H (quattordici, su 13 000 - fra l'altro noi avevamo specificato che alcune parole della lettera H erano proposte e, anche se l'editore per risparmio di spazio tolse quella spiegazione, il fatto non è sfuggito né agli utenti né ai giornali, che si divertirono a suo tempo proprio citando la lettera H - possibile che sia sfuggito proprio a una ricercatrice la quale, si presume, farà anche ricerca sul campo?). Ma allora, quali sarebbero le parole che "difficilmente verrebbero utilizzate dai parlanti nella quotidianità" e che testimonierebbero di un nostro "uso talora esasperato e antifunzionale del dialetto"? Nel corso delle sue ricerche, la ricercatrice Badini ha per caso trovato dei parlanti che le abbiano censurato il tascabile come pieno di invenzioni degli autori? Se sì, ci piacerebbe molto conoscere questi parlanti. A loro possiamo contrapporre la Cappella Farnese piena di gente, con molti parlanti dei migliori che abbiamo ascoltato per la stesura del grande Dizionario, i quali sentendo dire che la traduzione bolognese di "mouse" era ancora un problema rispondevano coralmente: pundghén! Non è affatto un problema! Come a dire: ma l'università non l'ha capito che il bolognese è ancora vivo e cambia col cambiare dei tempi?
Cliccare qui per vedere il filmato della presentazione, con Daniele Vitali che chiede "come si dice il mouse?" e il pubblico che risponde pundghén da diverse parti della sala!